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Biometano in Italia: copra almeno 10% fabbisogno annuo gas naturale entro 2030

Clima, energia ed economia verde
Il biometano in Italia, dalle norme ai territori. Tecnologie, gestione e usi finali

 Coprire con il biometano almeno il 10% del fabbisogno annuo di gas naturale entro il 2030, chiudendo così il ciclo dei rifiuti urbani e agricoli

 Legambiente ha realizzato due video divulgativi sul biometano presentati oggi in anteprima

VIDEO BREVE ->https://youtu.be/G0WmM5B6nX4

VIDEO LUNGO ->https://youtu.be/-DoLVl7fz2U

Una buona pianificazione e il coinvolgimento dei cittadini: sono, per Legambiente, la chiave per lo sviluppo degli impianti a biometano nel nostro Paese, dove dal 2018 è possibile immettere in rete questo combustibile prodotto da rifiuti urbani, scarti agroalimentari, fanghi di depurazione e discariche esaurite. Una scommessa con vantaggi importanti – il biometano nazionale potrebbe coprire in pochi anni il 10% dei nostri consumi di gas.

Lo sviluppo degli impianti a biometano comporta notevoli vantaggi ambientali e consente di affrontare una delle sfide più difficili della decarbonizzazione, quella della mobilità e dei trasporti. Diverse aziende hanno iniziato da tempo a sviluppare mezzi pesanti funzionanti a biometano compresso, migliorando di molto la sostenibilità del trasporto su strada e del trasporto pubblico locale. Ulteriori passi avanti devono, però, essere fatti in questo segmento come in quello del trasporto navale.

Tecnologie, gestione e usi finali del biometano sono stati oggetto dell’incontro organizzato oggi a Bologna (7 ottobre ndr) dall’associazione ambientalista, con lo scopo di creare un momento di confronto sulla diffusione e sullo sviluppo di questa risorsa in Italia, attraverso l’intervento di attori del settore, istituzioni e portatori d’interesse, al fine di sottolinearne la strategicità e le potenzialità in una prospettiva di decarbonizzazione del settore energetico e dei trasporti.

Due le proposte fondamentali avanzate da Legambiente: una campagna di informazione capillare su che cosa sia il biometano “fatto bene” e l’attivazione di processi di partecipazione territoriale. Con l’obiettivo di favorire la produzione di questa fonte di energia rinnovabile, attraverso una corretta pianificazione degli impianti di produzione per rendere lo sviluppo del biometano strategico per ridurre la dipendenza dalle fossili e per raggiungere gli obiettivi dell’economia circolare, a partire dalla chiusura del ciclo dei rifiuti organici.

“L’Italia, con 1.600 impianti a biogas, è il secondo produttore di biogas in Europa e il quarto al mondo – ha dichiarato il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti – ha quindi un potenziale produttivo di biometano alto, stimato al 2030 in 10 miliardi di metri cubi, di cui almeno otto da matrici agricole, pari a circa il 10% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale. E l’approvazione del decreto del 2 marzo 2018, che ha introdotto nuovi incentivi per la produzione di biometano finalizzato al settore trasporti, è un ottimo strumento. Anche se la finestra degli incentivi si chiude al 2022 e occorre quindi uno sforzo di tutti per riuscire a mettere in campo procedure e iter per la realizzazione degli impianti che tengano conto di questo vincolo temporale. Positivo e importante in questo contesto il segnale che arriva dalle aziende nell’ investire in innovazione e produrre progetti sempre più interessanti”.

Ecco alcuni impianti a biometano attualmente in funzione, connessi alla rete e tutti alimentati da rifiuti organici.

Il primo è stato quello della Montello Spa (Montello, Bg) dove si producono annualmente circa 32 milioni di metri cubi di biometano e si “cattura” la CO2. Il primo impianto realizzato nel centro sud è quello della Calabra Maceri a Rende (Cs) dove il trattamento di 40mila tonnellate di rifiuti organici all’anno produce 4,5 milioni di metri cubi di biometano immesso in rete. Il metano prodotto presso il Polo Ecologico Acea a Pinerolo (To) viene impiegato per alimentare i veicoli aziendali per la raccolta dei rifiuti. Mentre l’impianto di Sant’Agata Bolognese (Bo), che appartiene al Gruppo Hera, è il primo realizzato da una multiutility ed è in grado di trattare circa 100 mila tonnellate annue di rifiuti organici da raccolta differenziata e circa 35 mila tonnellate di residui di verde e di potature. L’impianto di Aimag a Finale Emilia (Mo) consente, invece, di trattare ogni anno 50 mila tonnellate di frazione organica, da cui si ricavano tre milioni di metri cubi di biometano e 17 mila tonnellate di compost. In Trentino, l’impianto di Faedo (Tn) è realizzato da BioEnergia Trentino ed è in grado di trattare il 75% dei rifiuti organici della provincia, pari a 40 mila tonnellate all’anno di frazione organica di rifiuti solidi urbani e 14.500 tonnellate all’anno di verde e ramaglie, producendo energia elettrica e circa 450 metri cubi standard di biometano all’ora, immesso in rete e trasportato fino alla sottostazione di rifornimento di Trentino Trasporti, per l’alimentazione una flotta di 42 autobus. L’impianto del gruppo Caviro a Faenza (Ra) è interamente dedicato al trattamento di scarti agricoli e dell’industria agroalimentare, con una produzione di circa 12 milioni di metri cubi annui. Ad oggi, molti progetti sono stati presentati in quasi tutte le Regioni e sono in fase di apertura impianti in Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e nel Lazio.

Nonostante i vantaggi che la filiera del biogas e del biometano comportano in termini di decarbonizzazione del settore dei trasporti, di lotta all’inquinamento atmosferico, nel ciclo dei rifiuti e nella valorizzazione del settore agricolo e dei suoli, serve sia un lavoro di corretta informazione, sia una migliore pianificazione degli impianti e delle loro caratteristiche: sono infatti diverse le situazioni in cui enti, cittadini e organizzazioni del territorio manifestano paure e denunciano criticità rispetto ai progetti presentati. Criticità che nascono, innanzitutto, dall’assenza di linee guida per uno sviluppo di impianti non solo sostenibili ma anche integrati nei territori, che troppo spesso non vengono presi in considerazione nell’iter autorizzativo.

In questa direzione, Legambiente in Emilia Romagna, Regione dove si conta il numero più alto di impianti, già a fine 2018 aveva avanzato proposte sull’iter autorizzativo a Regione e ANCI.

Per questo, per Legambiente, è importante che governo e Regioni mandino segnali chiari e univoci per evitare il diffondersi di pregiudizi e indichino come debba essere gestito lo sviluppo degli impianti. Il primo passo da fare è una pianificazione territoriale basata su un censimento della materia organica disponibile. Sia per capire meglio la tipologia di prodotto da valorizzare, sia per pianificare il numero e le dimensioni degli impianti, coinvolgendo tanto il mondo agricolo quanto quello della gestione dei rifiuti nelle diverse fasi della pianificazione. Impensabile, infatti, che gli impianti a biometano da rifiuti non vengano integrati all’interno di un Piano Regionale dei Rifiuti, anche per mettere al riparo da situazioni in cui non si hanno o non si possono avere garanzie sulla disponibilità locale di materiale organico, parametro che incide molto sul livello di sostenibile degli impianti a bioenergie. A questo va aggiunta una valutazione delle tecnologie utilizzate (che non sono tutte uguali sotto il profilo delle emissioni climalteranti) e un bilancio complessivo di consumi ed emissioni di gas serra per evitare che i benefici siano marginali. È necessario, inoltre, che l’Italia indichi obiettivi chiari e lungimiranti sia dal punto di vista quantitativo che strategico per il raggiungimento di copertura del 10% del gas fossile attuale con il biometano.

Occorre delineare con chiarezza il tema dei sottoprodotti e del ciclo dei rifiuti; da diversi anni l’Italia non riesce, infatti, a semplificare le operazioni di riciclaggio dei rifiuti come richiesto dall’Europa con le ultime direttive in materia. Il pacchetto di direttive europee sull’economia circolare introduce nuovi obiettivi per il riutilizzo e il riciclaggio dei rifiuti, pari al 50% al 2020, 60% al 2030 e 65% al 2035, rispetto all’attuale media italiana del 43,9%. Pesa l’assenza di un’adeguata rete impiantistica, che comporta il trasferimento dei rifiuti raccolti in altre regioni o all’estero. Per conseguire gli obiettivi indicati è necessario realizzare nuovi impianti (e riconvertire parte degli esistenti impianti a biogas), a partire da quelli di digestione anaerobica e compostaggio per il trattamento della frazione organica. E in questo senso va l’obiettivo di incremento dei biocarburanti avanzati stabilito dal decreto del 2 marzo 2018: 9% al 2022, di cui 1,39% (pari a 581 milioni di metri cubi) dovrà essere biometano.

Pertanto servono gli impianti; a cominciare da quelli di digestione anaerobica e compostaggio per il trattamento della frazione organica, che rappresenta il 40,3% del quantitativo raccolto con la raccolta differenziata (6,6 milioni di tonnellate su 16,4 totali, con un incremento del 10% circa negli ultimi 10 anni). L’ultimo rapporto del Consorzio italiano compostatori (CIC) riporta che gli impianti di digestione anaerobica per il trattamento dell’organico ricevono solo 3 milioni di tonnellate, meno della metà del quantitativo raccolto. Tra le priorità indicate da Legambiente, è fondamentale realizzare in ogni provincia, nel centro sud Italia almeno un impianto di compostaggio e di digestione anaerobica, con produzione di biometano.

Ufficio stampa Legambiente Emilia Romagna

Gianluca Stanzani:
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